| Tsunami 26/12/2004
Trincomale e Kinniya
E’ il nome di un’isola
magica, che, a prescindere ed a dispetto della recente tragedia
per la quale poi siamo noi qui, evoca immagini di elefanti, giungla,
sorrisi, risaie, templi, thè, cannella, luce abbagliante,essenze
rare,tepore della pioggia sulla pelle: mito o realtà? Vedremo
alla fine della permanenza .
E’ l’antica Ceylon degli Inglesi, che dal ’72
ha ripreso il nome antico di Lanka, “l’isola splendente”
pre ceduto
da una lettera considerata sacra Sry.
Domenica 20/02/05
Partenza alle sei sotto un freddo nevischio al buio, ma illuminati
dai pochi riflettori dell’aeroporto, dalla presenza di Fanny
fotografa per ordine di Franco e dalla certezza di un dovere civico
esaudito, ma preoccupati dalle prossime lunghe ore di aereo, ma
soprattutto dall’abbandono di colei che ha sempre illuminato
il mio cammino. Beh, pazienza e… avanti!
In pulmino fino a Linate: operazioni di pre-volo effettuate, alle
9 partenza per Roma Fiumicino: all’arrivo altre operazioni
pre-volo, e quindi imbarco alle ore 14 per Kuwait city: quattro
ore di volo con un improvviso passaggio dal giorno alla notte alle
16,40, una volta superato il primo fusi orario che ci ha portato
ad un improvviso invecchiamento di due ore: cielo scuro, torbido,
fumoso, nebbioso, freddo, un filo di tramonto rosso lontano ad ovest
e la certezza ormai certa di aver definitivamente, per i prossimi
21 giorni, abbandonato la nostra culla: l’Occidente.
Ma ormai siamo già in mezzo ad una moltitudine di esseri
magri e neri, tutti strani che parlano una lingua assurda perché
strana ed incomprensibile: al mio fianco una signora con bambino,
7/8 mesi, in braccio, che, dopo un lungo periodo di tranquillità,
urla come un pazzo perché vuole la tetta che gli vien concessa:
l’ultima ora di viaggio tutto un armeggiare di maglie e reggitette
che vanno su e giù con tetta offerta a tutto spiano, ma con
pochi risultati: infatti il problema non è la sindrome carenziale
da latte, ma il mal di timpani che il pupo prova dopo essere stato
quasi quattro ore in situazione pressurizzata.
Ore 19,30, ora locale, atterraggio a Kuwait: fuochi “fatui”,
i pozzi di petrolio, sparsi dappertutto, grande chiarezza di luci,
che caratterizza la città, nell’oscura notte, dando
una sensazione non solo di spreco energetico, ma anche di ricchezza
e benessere, molto probabilmente dei soliti ricchi.
Ore 21 e rotti partenza per Colombo, capitale dello Sri Lanka con
il superamento del secondo fuso orario, per cui arrivo colà
alle 5 di mattina del Lunedì 21/02.
Paesaggio e situazione caotica: siamo praticamente a Napoli, nonostante
le lunghe ore di aereo, ma con enormi palmizi ed una situazione
di verde tropicale e di colori di piante e fiori entusiasmanti nonostante
si stia in un aeroporto in mezzo alla città, con traffico
paradossale, una sensazione di super smog che attanaglia naso e
polmoni: recupero di un sesto aeroporto per il trasferimento nel
Distretto di Trincomalee, raggiunto il quale, dopo un’ora
di volo, con due rumorosissimi Canadair della Protezione Civile
Italia, ci rimettiamo in viaggio per circa un’ora con un pullmann
su strade super accidentate, per raggiungere l’Ospedale da
Campo dell’ANA Bergamo, posizionato su una penisola, per raggiungere
la quale necessita di stranissimo “ferry-boat” piattaforma
con a babordo, non a poppa, un motore fuori bordo da 40 CV, che
spinge questo strano coso con su due o tre auto massimo ed un certo
numero di persone.
Ore 14 ca. entrata trionfale in Ospedale tra baci ed abbracci, primo
perché ci sono i nuovi che lasciano liberi i vecchi, secondo
perché molti di noi si rincontrano dopo le precedenti “mission”
attuate in Armenia, Albania, Umbria ed oggi nel Sud-Est Asiatico.
Totale ore viaggio: 32.
Questa è tra le zone più colpite dell’isola:
si notano e si vedono i residui idrici lasciati dallo Tsunami, quando
l’onda si è ritirata verso il mare: la situazione economico
sociale appare molto arretrata e quindi quanto accaduto aggrava
ulteriormente le condizioni generali di povertà e di vita:
negli uomini, nelle donne, nei bambini apparentemente non sembrano
esservi, a distanza di quasi due mesi dal fatto, sentimenti di paura
o terrore: appaiono, in generale, come persone miti, filosofe: è
come se avessero imparato sulla propria pelle la precarietà
della vita: si ha un po’ l’impressione che il concetto
filosofico di fondo sia quello per il quale, quanto il destino propone,
sia nel bene che nel male, lo si debba accettare e che il fatto
di accettare derivi da una profonda elaborazione, direi inconscia,
il cui punto di partenza è comunque la certezza e l’abitudine
di convivere con questo sentimento di precarietà, che nasce
dalla povertà e che viene molto prima di uno Tsunami.
Alle 17 si riprende il viaggio per raggiungere, in pullmann, l’albergo
di riferimento a Trincomalee: finalmente doccia, piccolo break di
riposo serotino e quindi cena e poi di corsa a dormire dopo ca.
40 ore di non-sonno.
Martedì 22/02/05
Sveglia alle sette: necessario il cambio della guardia in Ospedale
con le relative consegne da parte dei colleghi dimissionari per
ciascuna specialità e quindi inizio e primo impatto con i
numerosi bambini, almeno per me, Pediatra Alpino in riva al mare,
accompagnati dalle madri o padri, nei cui occhi leggi la speranza
in quel qualcosa di nuovo che lor o
credono di vedere in noi, che, con l’interesse che abbiamo
loro dimostrato arrivando fin qui, possiamo rappresentare una nuova
occasione di recupero sia per le persone, sia per le cose, sia per
il momento sociale e sia per superare il terrore sofferto nel verificarsi
dell’evento: siamo per loro un nuovo pezzo di mondo che si
unisce al loro dramma per tentare di risolverlo in tutti i suoi
aspetti.
Il caldo è presente (33° all’ombra), ma soprattutto
è umido: si lavora forte fino alle 17, quando si chiudono
gli ambulatori, nel rispetto degli orari degli addetti locali (farmacia,
medici, con i quali collaboriamo, perché non siamo venuti
qui per sostituirci a loro in modo arrogante e quindi negativo,
ma per superare insieme un momento assai critico per la salute nell’area
soprattutto materno infantile).
Alle 18 si inforca il solito pulmino e nel giro di un’ora
si ritorna alla base lasciando in Ospedale la guardia medica e due
Logisti, che sono per lo più Alpini addetti alla manutenzione
o alla soluzione di problemi tecnici improvvisi.
Mercoledì23/02/05
Oggi è una festa religiosa mussulmana, per cui si lavora
mezza giornata: a proposito di feste, a Sri Lanka sono in atto quattro
diverse religioni: Maomettana, Buddista, Induista e Cristiana, per
cui per osservare tutte le feste di competenza, senza fare ingiustizie,
va a finire, si mormora, che sui 365 giorni di un anno, se ne lavorano
189.
A prescindere da tutto ciò, posso dire che si incomincia
ad entrare discretamente nella mentalità di questa gente,
che, anche se di
colore diverso e nella diversità in generale, ricorda molto
la nostra mentalità: anzi rispetto a noi direi che sono in
media più miti e rispettosi (non in automobile) l’uno
dell’altro, fatte salve le solite eccezioni come dappertutto:
questo non comporta che non ci sia la guerra tra i Tamil ed il resto
del paese con qualche scontro e qualche morto, come è successo
recentemente e con visibile spiegamento di forze militari da parte
del Governo.
E con questo buona notte a tutti, me ne vado a letto.
Giovedì 24/02/05
Nottata di tregenda: fatica ad addormentarmi e compagno di camera
trombone che ronca come una sega da 1000 Watt: se fischio smette
per ricominciare dopo un po’, se fischio troppo forte per
significare la mia incazzatura, si sveglia e si incazza pure lui,
ma abbozza quando gli spiego il perché del tutto. La tregenda
si riflette poi sul lavoro (ho visto 32 bambini): vedere vuol dire
parlare con le mamme attraverso un interprete mussulmano al quale
devo rivolgermi in inglese per avere notizie sul malato: lui ribalta
le domande ai parenti, i quali rispondono nella loro lingua e lui
mi ribalta in un inglese un po’ storpio, le loro risposte:
quindi procedo nelle mie solite ed accurate visite sui bambini che
raramente piangono e ribalto in inglese al traduttore i risultati
delle stesse da trasmettere ai genitori: poi c’è il
momento della eventuale terapia, sempre da spiegare prima al traduttore
che poi la spiega agli interessati.
A proposito del traduttore mussulmano, una piccola parentesi sulle
etnie presenti in quest’isola di 65.607 kmq. Con 19.400.000
ab., che sono: cingalesi buddisti 69% i Tamil induisti 15% i mussulmani
8% che seguono le regole del corano ed i cristiani 7%. Nel 1972
viene proclamata la Repubblica con il nuovo nome Sri Lanka, voluto,
come scelta unilaterale, dai Cingalesi buddisti: ciò provoca
il compattamento di tutti i partiti Tamil che reclamano uno stato
indipendente nel nord dell’isola: col nuovo governo non ottengono
nulla e quindi, nel 1981 nascono le “Tigri” Tamil che
vogliono raggiungere l’obiettivo di separare le varie comunità.
Dall’’83 al 2001 le Tigri si scatenano nella battaglia
finalizzata a raggiungere i soliti ob iettivi
di autonomia, ma con fasi alterne, attraverso attentati messi a
segno da kamikaze sempre pronti a morire ed a far morire in nome
della propria indipendenza,fino a che, il 23 febbraio 2002 governo
e Tamil firmano il cessate il fuoco con il riconoscimento del movimento
detto LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), ma scontentando una
parte del clero buddista e dei nazionalisti Cingalesi.
Qualche mese dopo, grazie all’intervento dei Norvegesi, si
arriva all’accettazione da parte del governo e del LTTE di
lavorare per una soluzione fondata sul principio di autodeterminazione
nelle zone storicamente abitate dai Tamil , nel quadro di una struttura
federale di uno Sri Lanka unito.
Tuttavia le cose non procedono come previsto: nascono infatti nuovi
e difficili contrasti con abbandono del tavolo delle trattative
da parte dei soliti “casinisti” Tamil, che, però,
nel maggio 2003 ritornano alle trattative convinti dai Giapponesi
con l’obiettivo di elaborare con i Cingalesi un piano di pace
che preveda un’amministrazione regionale ad interim: zone
settentrionali e orientali a maggioranza Tamil e tutt’ora
è in corso la discussione sulla autonomia amministrativa
richiesta fin da sempre dai Tamil.
Breve storia che serve a capire come dietro i sorrisi e la disponibilità
esiste comunque una parte di popolo determinato a raggiungere i
propri obiettivi: e noi siamo proprio in mezzo a questa parte di
popolo con il nostro ospedale posizionato nella regione di Trincomalee,
nell’ambito della città di Kynnia, nord-est di Sri
Lanka.
Venerdì 25/02/05
Nottata migliore della precedente: risveglio più da riposato:
lavoro abbondante con casi anche abbastanza seri con relativi ricoveri:
facciamo, in definitiva, quello che ha sempre fatto il vecchio ospedale
di Kynnia, prima che fosse distrutto dall o
Tsunami e quindi collaborando con i medici di qui, che lavorano
anch’essi nel nostro ospedale.
Il nostro gruppo: 20 persone tra medici, laboratorista,infermieri
e logistici (quelli che si occupano della manutenzione, riparano
i guasti ecc.), che provengono soprattutto da Bergamo, ma anche
da altre contrade (Savona, Lecco, Aosta, Trieste, Terni) e con i
quali si sta creando un notevole affiatamento sia sul lavoro, sia
nel poco tempo libero che rimane (l’intervallo tra le dodici
e le due) ed il momento della cena: siamo gente che si ritrova dopo
altre esperienze, sempre nel Gruppo Medico-Chirurgico dell’Ospedale
da Campo dell’Ana di Bergamo, e quindi già in buona
sintonia lavorativa: è bello perché ciascuno, nel
proprio diverso ruolo, collabora, in piena parità di diritti
e di doveri e di differenti responsabilità, ad un unico obbiettivo:
esprimere, ciascuno nella propria professionalità, una sinergia
lavorativa che ci permetta di realizzare quel dovere civico di aiuto
e di sostegno di qualsiasi genere a chi è colpito dalle avversità
ed in termini di globalità, visto da quanto lontano siamo
giunti per realizzare degli obbiettivi civici, che non possono che
avere le caratteristiche della globalità.
Oggi è luna piena e da queste parti la luna piena merita
una propria festa, che si verifica tutti i mesi.
Sabato 26/02/05
Il sabato è giorno di mezza festa: si lavora mezza giornata:
i soliti 20 bambini da visitare: raramente si trova qualcosa di
importante, ma io sono arrivato alla conclusione che gli adulti
sentano un bisogno enorme di vedere le nostre facce chiedendoci,
attraverso l’occasione di una visita medica, un aiuto “psicologico”,
che dia loro una mano ad elaborare il lutto profondo che sentono
dentro di sé per la perdita di parenti e cose, non solo,
ma anche per il passato e sofferto terrore vissuto nel corso dell’evento.
Nel pomeriggio di libertà abbiamo visitato con una infermiera
indigena, vissuta per due anni in Italia e quindi padrona della
nostra lingua, la città di Trincomalee, che, molto in sintesi,
è un agglomerato di case e casine ammassate una sull’altra
con fognatura a cielo aperto, che scarica il liquame sulla spiaggia
e quindi nel mare: disordine, puzze infinite di ogni tipo, polvere,
tuguri assurdi, labirinti tra casupole: il tutto abitato da gente
che ti guarda passare e sorride: non sembra soffrire dell’indigenza,
sembra vivere come in una realtà ultraterrena, credendo nella
quale ed aspettando la quale, si mettono nelle condizioni di superare
le difficoltà, che per noi sono di una assurdità assurda.
Hanno visitato, i miei compagni, un Tempio Indù: io mi sono
rifiutato perché avrei dovuto fare a piedi scalzi un centinaio
di metri per arrivare al tempio: l’ho considerato una ritualizzazione
assurda ed antiigienica, esattamente come tutte le ritualizzazioni
di tutte le chiese del mondo: semplicemente perché trovo
che la ritualizzazione è un modo per allontanare la gente
dalla vera riflessione della vita e del vivere, quindi, secondo
le regole proposte dalle varie religioni, ma da nessuno o da pochi
seguite, in primis, spesso, neanche da coloro che la predicano.
Alla sera invito presso la nave “ospedale” greca al
quale mi è toccato partecipare come rappresentante di maggior
grado degli Alpini e rappresentant e
dell’Ospedale da Campo, insieme ad altri cinque compagni di
lavoro: nonostante le aspettative un po’ tragiche, la cosa
è andata bene e ci siamo anche divertiti: fatte le ore piccole,
ma tant’è……… . Erano presenti varie
associazioni di volontariato di tutto il mondo presenti in questa
zona: abbiamo potuto constatare, parlando un po’ con gli uni
ed un po’ con gli altri, che il nostro ospedale è la
meglio soluzione che esista sulla faccia della terra, sia sotto
il profilo della funzionalità, che della professionalità
con la quale ci è possibile lavorare, visti i mezzi a disposizione
e viste le persone che aderiscono a questa iniziativa e con le quali
si procede nel lavoro.
Domenica 27/02/05
Risveglio difficile, viste le ore piccole del ritiro in branda.
Tuttavia lavoro tanto, anche se solo mezza giornata: attualmente,
sono le sette di sera, sono di guardia in ospedale con un infermiere
ed un logista: si prevede la nascita di una 35° W di gestazione.
Oggi sono andato a vedere l’Ospedale distrutto dallo Tsunami:
fa molta impressione!!!!
L’impressione è tanta: davanti alla catastrofe, tetti
divelti, pareti polverizzate, documenti, cartelle cliniche sparse,
ma appiccicate insieme dall’acqua formando un pacco di fogli,
i 60 degenti morti con il loro medico di guardia, le fiale di farmaci
rotte e no, ma sparse come le pastiglie che ricoprono i pavimenti,
i letti ribaltati, i pochi apparecchi diagnostici distrutti, i lettini
della pediatria e del nido della ostetricia a loro volta ribaltati
e spinti tutti in un angolo: il silenzio, rotto solo dalla risacca
del mare che è a due passi dall’ospedale: davanti a
tutto ciò il pensiero con la fantasia, che vede al di là
dell’evidenza, ti fa essere impietrito, perché nel
tuo dentro ciò che vedi ti costringe a vivere il panico,
il terrore, l’impotenza di fronte alla violenza della natura
che all’improvviso ti assale, ti distrugge, ti annienta e
con te tutta la realtà che circonda l’ospedale e quindi
altri uomini, donne e bambini (600) con le loro capanne: sì,
capanne, perché in questa zona di Sri Lanka le case sono
capanne, per lo più con tetto di paglia e costruite nella
foresta in piccoli quadrati di terra. Molto è stato distrutto
o rovinato, ma dopo neanche due mesi dalla tragedia, si vedono i
cittadini di Kinnya tutti intenti alle loro solite povere attività,
con grossi fardelli sulle spalle, che sono i propri bambini scomparsi,
le proprie mogli, i propri mariti e papà e mamme, ma con
la costrizione a non mollare, perché, nonostante tutto, la
vita, nel bene o nel male, ti costringe a reagire e continuare nelle
tue occupazioni, anche per sopravvivere .
Lunedì 28/02/05
La notte in ospedale è stata tranquilla, in compagnia dei
“rumori” della foresta attigua: foresta di banani, palmizi
di vario tipo e di dimensioni enormi e quindi lo stormire degli
alberi i richiami dei vari animali notturni, la risacca del mare:
il tutto sotto una luna quasi piena (in fase calante) e che sembra
molto più vicina che dalle nostre parti, di una lucentezza
ed un chiarore enorme.
Oggi il lavoro è di nuovo tanto: incom incio
a vedere bambini che sono stati “toccati” ed hanno subito
lo Tsunami: hanno ancora un’espressione di terrore, che si
aggiunge a quello che in loro provoca il medico (sono io) che li
deve visitare: i sintomi sono tutti da somatizzazione del terrore
e vanno dal prurito senza segni dermatologici in atto, notevoli
disturbi del sonno, dell’alimentazione, ma soprattutto occhi
che parlano di panico, incertezza, voglia di regredire nel nulla
per non dover ricordare nulla: tuttavia, a tratti, anche un rapido
e triste sorriso in risposta a rassicurazioni che l’adulto
che li accompagna, o il medico stesso, pronunciano.
Martedì 01/03/05
Si lavora sempre: la media del numero delle visite è sui
30/40 bambini: le patologie sono diversificate, ma le più
frequenti sono la scabbia e la broncopolmonite: però guariscono
e quindi tutto va bene.
I miei aiutanti di campo, l’infermiera triestina del Burlo,
i due traduttori sono sempre pronti e svelti, ma adesso,almeno per
me, vista l’età, incomincia a diventare un po’
dura: caldo a 40° gradi, un bambino dopo l’altro, difficoltà
di comprensione: tuttavia tutto ok!
Mercoledì 02/03/05
Oggi abbiamo visto un ragazzino di 13 anni, che, tutto solo, viene
alla nostra visita perché nel corso della notte casca dal
letto a castello e si ritrova con un bozzolo sulla fronte: fatti
tutti gli accertamenti del caso, visto che non vi era nulla di preoccupante,
gli chiedo come mai fosse lì tutto solo: con tre, dico tre
lacrime, ci racconta di aver perso la mamma ed il papà due
anni prima e che attualmente vive nell’orfanotrofio di Kynnya:
ha un aspetto molto triste, direi disperarto, è molto pulito
nella persona ed ordinato nel vestire, molto riservato, attento
a quello che avviene intorno a lui: a noi tutti, medico, ginecologa
, che era lì per caso, infermiera ed interprete viene un
grosso magone, ma facciam finta di niente e con molta commozione
lo congediamo, ma io e tutti lo vogliamo rivedere venerdì
per un nuovo controllo, ufficialmente, ma di fatto perché
non volevamo chiudere definitivamente il nostro contatto con lui.
Giovedì 03/03/05
Dormito bene, buon risveglio con tre scimmie sul terrazzo: di fatto
sono bertucce che ne fanno di tutti i colori: pare che una volta
una di queste sia entrata in una stanza dell’albergo, si sia
vista allo specchio, si sia spaventata al punto da mettere urlando
a soqquadro tutta la stanza con ottime capacità distruttive.
Lavoro sempre intenso: tuttavia mi sembra che l’emergenza
vera e propria sia in via di esaurimento: rimangono sì i
segni della tragedia sulle cose, ma soprattutto i segni del terrore
in chi è sopravissuto, ma è già evidente il
lavoro di ricostruzione, soprattutto nelle città e nei pressi
delle stesse.
Nell’ospedale da campo, ormai, medici locali e pazienti si
sono acclimatati ed hanno quindi ripreso il ritmo e le modalità
di lavoro che avevano nel vecchio ospedale distrutto: e di fatto
il nostro ospedale supplisce in modo corretto e completo quello
ormai distrutto.
Modalità che consistono in lunghe code per i pazienti che
vogliono una visita ambulatoriale, alle quali i medici locali e
noi, ciascuno secondo la propria specialità, provvediamo
aiutati di nostri e dalle nostre infermiere
La notevole differenza col vecchio nosocomio sta nel fatto che noi
abbiamo portato le nostre varie specialità e soprattutto
, modestamente, la mia di pediatra, perché una vera pediatria
qui non esiste ( i medici generici fanno anche i pediatri e quindi
ben venga che io sia qui, anche perché la mia specialità
è di altissima richiesta), come non esistono in loco gli
specialisti nelle altre e varie discipline mediche. Lo stato comatoso
della medicina ospedaliera è stato toccato con mano dai miei
colleghi ieri quando sono andati a visitare l’ospedale civile
di Trincomalee (350.000 abitanti) e sono rimasti allibiti per quanto
visto, sia nel reparto di medicina, che quello di chirurgia e via
dicendo: sporcizia assoluta, igiene assente: l’equivalente
del lazzaretto: in netto contrasto con la buona impressione che
ho avuto, vedendo lavorare e parlando con i colleghi che lavorano
con noi, sulla medicina del territorio.
Oggi pomeriggio abbiamo dovuto anticipare di mezz’ora il rientro
in albergo a Trincomalee perché i Tamil ed i Cingalesi avevano
deciso di mettersi l’un contro l’altro armati perché
il Governo, nella assegnazione delle case popolari a chi l’aveva
persa in occasione dello Tsunami, aveva commesso, secondo i Tamil,
che in questa zona sono in notevole maggioranza rispetto ai Cingalesi,
delle grosse ingiustizie: quindi, un piccolo zic di preoccupazione
di trovare posti di blocco o della polizia o dei guerreggianti:
in effetti un tentativo di blocco c’è stato da parte
degli insorti (copertoni incendiati attraverso i tre quarti della
larghezza della strada), ma è anche stato superato con tutta
tranquillità, grazie all’ultimo quarto lasciato libero
per far passare le auto.
Venerdì 04/03/05
Oggi la temperatura è salita a quasi 50° gradi con una
umidità del 98%: aria calda, appiccicosa, sudore da fermi,
difficoltà, ma egregiamente superata, ad intraprendere le
visite, ad affrontare le urla dei pupi, ad ascoltare le traduzioni
dei miei traduttori, positive sì, ma che allungano i tempi
di lavoro.
E’ tornato al controllo anche il ragazzino di 13 anni visto
mercoledì per trauma cranico: sta ovviamente bene, allegro,
contento e noi contenti di rivederlo e lui di rivederci, sempre
ordinato e pulito: cosa assai rara in queste zone.
Stiamo pensando di fare qualcosa, più che per i ragazzi direttamente,
per l’orfanotrofio stesso che dalle informazioni prese, sembra
essere diretto da un personaggio di valore: tant’è
che i ragazzi (21) stanno bene, sono contenti, possono, se capaci,
proseguire negli studi e di fatto sembrano essere seguiti: un intervento
sull’orfanotrofio che pare sia in grosse ristrettezze economiche
e sia poco valorizzato dalla politica locale, mediante rette pagate
come se fosse un’adozione a distanza, oppure concorrere direttamente
nelle spese di manutenzione o ampli amento
della struttura.
I problemi sono: la lontananza, i rischi che vi possono essere elargendo
somme che potrebbero essere utilizzate per tutto tranne che per
gli obiettivi previsti da noi, la mancanza di un punto di riferimento
sicuro e certo che facesse da tramite tra noi e la struttura stessa
che avesse anche e soprattutto funzioni di vigilanza stretta, sotto
il profilo progettuale ed economico.
Dopo cena avrò un colloquio con la ginecologa e la mia infermiera
per riflettere su tutto ciò.
Sabato 05/03/05
Oggi mi sono svegliato bene, anche se stracco: fa un caldo con una
umidità fuori dalle regole di Dio: in questa situazione climatica
mi sento un po’ sperso e come me anche gli altri compagni
d’avventura: tuttavia, avanti, serrati e coperti! (reminiscenze
di naja!).
In mattinata sono arrivati i ministri o mezzi ministri srilankesi
con un rappresentante del governo italiano a posare la prima pietra
del futuro ospedale di Kinnya: c’è poi stata l’invasione
del nostro ospedale tra ministri o quasi ed i soliti tirapiedi nostri
e loro (tutto il mondo è paese), che si sono buttati sulla
sussistenza intesa come vivande, intralciando il nostro giusto pasto
senza nessun riguardo per il nostro pasto di lavoratori della medicina.
Attualmente, sono le 17,30, ora locale, le 12,30, ora italica, sono
di guardia e dovrò stare qui fino a domani alle due: è
nato un bambino immaturo, ma sono stato chiamato parecchio dopo
l’evento: bambino non bello perché asfittico e in mano
a due ostetriche del posto, che cercavano di rianimarlo senza rendersi
conto che non avevano nemmeno aperto la bombola dell’ossigeno:
l’ho rianimato e speriamo che tutto vada bene, anche perché
nel frattempo è arrivato il medico titolare della guardia,
a cui ho lasciato volentieri lo spazio: situazione difficile per
un neonatologo, che, chiamato a danno avvenuto, si è trovato
in una situazione senza mezzi e con gente dalla lingua impossibile,
con nessuna possibilità quindi di comunicare ed intervenire
adeguatamente.
Ritornando al discorso orfanotrofio, ieri dopo cena ci siamo persi
in discorsi poco produttivi, stamani tra il lavoro e le varie sciocchezze
messe in atto dalla Prot. Civile, non c’è stato modo
di confabulare: ho chiamato in compenso il Pastore Ricciardi a Bergamo,
per vedere se esiste una comunità protestante qui in zona
alla quale affidare la parte di tramite con le autorità e
con il direttore per il progetto sopra accennato.
Per oggi basta così: vado in paese a spedire questa E-Mail:
ciao a tutti!.
Ho cantato vittoria troppo
presto: gli operatori di oggi erano degli emeriti imbranati e non
sono riusciti nel mio, di intento! e cioè di spedire la mia
E-Mail: rimando tutto a domani mattina.
Nel frattempo, mentre ero nel buco a far lavorare gli operatori,
ho assistito ad uno scroscio bellissimo di pioggia, improvviso,
ricco d’acqua, caldo d’acqua che in pochi secondi ha
riempito tutte le buche sulla strada ed il truck-truck che mi aspettava
per ritornare alla base. Roba da Equatore: troppo bella: ma poi
che umido caldo! Roba da fiore di serra o da palma da dattero lussureggiante
o lussurioso, vista la ormai prolungata astinenza!
Comunque adesso sono le 22,30: ho ben cenato con i miei Alpini grandi
cuochi: si beve la mai abbastanza apprezzata acqua e poi ci si sprofonda
nei ricordi della naja vagando da Merano a Malles a Udine, a seconda
dei Reggimenti di appartenenza riportando alla memoria i vari Superiori
più o meno apprezzati, ma a distanza di tempo con nostalgia
ricordati.
Adesso sono pronto per dormire: ciao a domani!
Domenica 06/03/05.
Notte un po’ sofferta: caldo, sveglia alle due per una scempiaggine,
difficoltà nel riaddormentarmi, topino che girovaga nella
tenda, lasciandomi un po’ perplesso, del tipo: me lo ritroverò
in branda?, rumorini sparsi nella notte che ti costringono ad aprire
almeno un occhio, per non farti cogliere di sorpresa: ma son tutte
fantasie nella calda e soffocante notturnità…….
Al mattino, sveglia e di corsa nel negozietto a spedire la E-Mail
di ieri: altra delusione mega: non trovo il tecnico giusto, e, quindi,
niente spedizione: lo trovo al ritorno in ospedale e ci mettiamo
d’accordo per le 11. Mi vedo una ventina di bambini più
o meno urlanti e quindi alle 11 con l’oggetto del desiderio
(il tecnico) ed un truck-truck di corsa a spedire: ci riesco, viva
l’Italia, viva gli Alpini!!!!
Ritorno all’ospedale: oggi è domenica e quindi si lavora
mezza giornata: e allora via col mangime e poi ritorno veloce a
casa a farmi una dormita, perché proprio ci vuole!
Adesso sono le 18 ora locale, le 13 in Italia: tra due ore io ceno,
tra mezz’ora, poco più poco meno, voi pranzate: mi
fa un certo effetto, come mi fa un molto effetto avere l’organismo
predisposto per le temperature invernali (è febbraio), ma
costringerlo, facendolo vivere qui, a temperature più che
estive: equatoriali!
Alcuni miei compagni, circa la metà, hanno organizzato per
oggi un giro alla ricerca di Elefanti nel parco nazionale ad una
ottantina di km da qui: non ho aderito alla proposta perché
avevo ambulatorio alla mattina, in secundis sono qui per lavorare
e quindi, per coerenza d’intenti, non si pasticciano le cose,
a costo di essere di pensiero riduttivo, in terzis, per il turismo
e per vedere le cose nuove e belle preferisco andarci con la mia
signora: tièh, ciapa e porta a cà!!
Sono comunque stati via una giornata intera e son tornati felici
e beati.
Niente: ormai si avvicina la cena: ho fame e poi di nuovo a nanna:
è bellissimo! Ciao.
Lunedì 07/03/05.
Ho dormito bene, tra un fischio e l’altro per far tacere la
sega circolare che come al solito ha tagliato tronchi di enormi
baobab sparsi per tutta Sri Lanka e nell’India del sud.
Nel viaggio di andata per l’ospedale, ho finalmente visto
in libertà, che attraversava la strada asfaltata (che contro
senso!) un cobra nero che ha fatto fermare, giustamente, il nostro
autista: cobra “no dangerous” diceva lui, se non gli
pesti la coda: solo così diventa cattivo e guai! “Sembra
proprio un umano” mi sono detto tra me e me.
In ospedale i grandi lavori: mi sono visto 46 bambini per la maggior
parte scabbiosi, qualche raro e finalmente decentemente pulito:
con qualcuno ho fatto un po’ di lotta greco romana: comunque
alla fine ho finito e me ne sono tornato alla base.
Mi convinco sempre di più che l’emergenza si sta esaurendo:
la ricostruzione è già iniziata da tempo ed ora sta
procedendo, anche se, poi, in fondo, è una ricostruzione
per modo di dire, visto che ciò che è stato distrutto
non consiste in megapalazzi o in chissà quali edifici, ponti
o altro, ma in numerose catapecchie piccole e basse, o, magari,
casettine, ma piccole, piccole con piano terra, dai 60 ai 100 mq
posizionate su piccoli fazzoletti di terra, circondati tutti da
muro di cinta più o meno alto, che negasse ad occhi indiscreti
di “smiciare” nella lillipuziana proprietà: sia
a Trincomalee che a Kynnya, che lungo le “strade statali,”
il concetto urbanistico non esiste nel modo più assoluto,
come non esiste il concetto di un decente manto stradale, che conceda
un minimo di requie alla mia ex ernia del disco, maltrattata da
pulmini che si imbattono in buconi e pozzangheroni stradali, tipo
montagne russe che saltano e fanno saltare sul sedile anche i passeggeri.
Di fatto, siamo nella parte più povera dell’isola:
povertà che ci fa retrocedere, in tutti i sensi, di parecchi
secoli: e non basta la presenza di qualche pullmann scalcinato,
di qualche computer o di qualche telefonino o di qualche poche automobili,
per farci ricredere su questa impressione, che ti accompagna sempre,
in qualunque luogo uno vada, qualunque cosa faccia in sinergia con
un locale: ma quello che stupisce di più è il contrasto
tra questa situazione e la “svegliezza” degli uomini
e delle donne, delle giovani e dei giovani, dei bambini stessi:
ma come faranno, allora, ad accettare tanta arretratezza? L’impressione
che danno di avere in gran parte una notevole abilità nel
lavoro e una notevole creatività nel risolvere i problemi
con mezzi poverissimi, contrasta moltissimo con quanto poi si vede
in termini di tenore o qualità di vita che li contraddistingue,
che, almeno per noi, è di un livello che definire basso è
poco: i nostri poveri di cinquant’anni fa a loro confronto
erano ricchi.
La risposta io ce l’avrei, ma non la scrivo. Ciao!
Martedì 08/03/05.
Oggi è una festa religiosa Indù, per cui si lavora
mezza giornata: ho anche finito prima del solito, alle 11,30 e quindi
, accompagnato dal mio traduttore, sono andato nell’orfanotrofio,
di cui sopra.
Il direttore è assente fino a venerdì prossimo 11/3,
che precede il giorno della nostra partenza per l’Italia:
comunque sono riuscito a parlargli per telefono e, dopo le varie
presentazioni ed aver capito le mie intenzioni, mi ha chiesto di
poterci incontrare nell’ospedale da campo per parlare in modo
più approfondito della faccenda. Io parto venerdì
pomeriggio e quindi riuscirò nel mio intento.
Parlando invece con il vice direttore, vengo a sapere che è
pronto un progetto di ampliamento dell’orfanotrofio, con innalzamento
di un piano, finalizzato non solo a far vivere in modo più
adeguato gli attuali ospiti, ma ad aumentarne anche il numero: ho
proposto un eventuale concorso nelle spese, attraverso il coinvolgimento
della Alleanza Riformata Mondiale un ufficio della quale è
di stanza a Colombo, capitale dell’isola, di cui Salvatore
mi ha dato il numero di telefono con il nome del Presidente: Mister
Jansz Charles 01/585861.
Istituzione che dovrebbe aver la funzione non solo di ponte tra
l’Italia e Kinnya, ma anche di controllo sotto il profilo
economico e dello svolgimento dei lavori, che dovrebbero iniziare
col dicembre 2005 solo se sarà reperita la vil moneta.
Tanto per fissare alcuni dati: Direttore: Mister Hassan Moulavi
0094/0777/840381 – Telefono Orfanotrofio: 0094/026/2236300.
Un dubbio grosso che mi rimane è relativo ai rapporti che
vi possono essere tra Mussulmani e Protestanti, ma soprattutto le
possibilità di volontà “politica” di collaborazione
tra le due realtà: vedremo, se saran rose fioriranno!
Nel pomeriggio ho fatto alcune foto ad alcuni ospiti, quelli che
non dormivano, ed altre allo stabile: ho anche fotografato il disegno
del progetto, non so con quale fortuna, vedremo.
Onestamente, mi sento molto soddisfatto dell’uscita di oggi,
anche se non mi illudo più di tanto: comunque, e di nuovo,
vedremo!
Tra poco vado a cena: ho fame!
Mercoledì 09/03/05.
Da ieri sera grandi discussioni sul ritorno a casa: primo tratto,
Trincomalee – Colombo, in teoria da farsi con i Canadairs
che stupidamente la Prot. Civ. ha fatto venire da Roma, non si sa
perché, ma che abbiamo usato nel venire e che invece nel
tornare non si possono più usare perché dobbiamo risparmiare:
di fatto, se si andasse con gli aerei in un’ora si farebbe
un viaggio che col pullmann comporta dalle sette alle otto ore:
abbiamo fatto questa scelta e quindi partiremo venerdì mattina
alle 7,30 per essere a Colombo alle 15,30 - 16: albergo, cena, nanna
e quindi alle quattro del mattino sveglia per aeroporto per imbarco
e partenza alle 7,30.
Questa scelta però non mi permette di attuare l’incontro
con il Direttore dell’orfanotrofio, al quale allora ho scritto
la seguente lettera:
Caro Mister Hassan, eravamo d’accordo di incontrarci presso
l’osp. Da campo venerdì 11/03/05 alle ore 10. Tuttavia,
per esigenze di servizio, dobbiamo partire per Colombo alle ore
7 a.m.di venerdì, poiché sabato 12/03, alle ore 7,30,
dobbiamo partire da Colombo per l’Italia.
Io sono un medico pediatra italiano ed ho lavorato per 3 settimane
nell’0spedale da campo qui a Kynnya.
Ho avuto modo di apprezzare il suo orfanotrofio, di cui ho conosciuto
l’esistenza in occasione di una visita medica effettuata al
ragazzo…………., che mi ha raccontato di essere
orfano e di vivere appunto in orfanotrofio: ho avuto modo di apprezzarne
l’educazione, il suo modo di fare ed il suo apprezzare l’Istituto,
del quale, per altro, anche altre persone me ne hanno parlato bene.
Da questo insieme di cose mi è nata l’idea di incontrarmi
con Voi per chiedervi se sareste stati d’accordo per un nostro
eventuale coinvolgimento nel dare un aiuto a questa Sua Istituzione,
di cui ho visto che avete in programma l’ampliamento attuando
anche la costruzione di un piano superiore: potrei interessare,
sempre se Lei fosse d’accordo, una Istituzione Mondiale con
ufficio anche a Colombo, per reperire fondi finalizzati alla costruzione.
Un secondo modo per reperire fondi, potrebbe essere quello di mettere
in atto una forma di “Adozione a Distanza”, in funzione
della quale verrebbe pagata dall’adottante un retta mensile,
che potrebbe migliorare situazione economica ed aiutare i lavori
di costruzione: faccio notare che l’adozione a distanza comporta
il fatto che il ragazzo adottato rimane a vivere in orfanotrofio
e non verrebbe mai a conoscere l’adottante.
Se Lei fosse d’accordo su queste proposte, avrei bisogno di
un Suo scritto, che raccontasse la storia dell’orfanotrofio,
la data di inizio dei lavori, i costi ed infineil Suo pensiero sull’adozione
a distanza.
Molto spiacente di non aver potuto incontrarLa e tuttavia rimanendo
in attesa di un suo scritto, Le invio i miei più cordiali
saluti. Zavaritt.
Traduzione:
Dear Mister Hassan,
we agreed to meet in our Field Hospital on Friday 11 at 10 o’clock.
But, because of the duty, we have to leave at 7,30 in the morning
the same Friday for Colombo, as Saturday the 12 we have to take
off for Italy at 7,30 a.m., so it is impossibile for me see you.
I’m a pediatric Italian Doctor and I have been working for
3 weeks in the Field Hospital at Kynnya.
I really appreciated your orphanage, that I knew because I treated
one of your boys, that told me to be an orphan and to live in your
orphanage: I could appreciate the behaviour of the boy.
So, it was born in me the idea to meet you and ask if you would
eventually agree for an our involvement to give a help to your Institution.
I knew that you keep in your program to grow your building with
a construction of an upper floor: if you allow me, I could involve
an Internetional Institution, that is in Colombo too, to find funds.
Another way to let us involve, could be the “Adoption in distance”
of a boy of yours, thank to this, the boy always stays in your orphanage,
he doesn’t know the person that adopted him, but your orphanage
can receive monthly the sum needed to pay his staying, giving us
the chance to help the economic conditions of your Institution.
If your agree and you want to keep in touch, let me have a letter
in which you tell me something about the story of your orphanage,
when the beginning of the works will start, the costs approximately
and what do you think about the “Adoption in distance”
of every boy of yours.
I am very sorry not meeting you.
Waiting for your kindly rfeplay,
I remain yours faithfully.
Kynnya, March 3rd 20
Dott. Carlo Zavaritt – via Paglia 22 – 24121 BERGAMO
– Italy
Telephon: 0039035/239909 – Fax 0039035/239493
E- Mail c.zavaritt@tin.it
Giovedì 10/03/05.
Oggi ho consegnato la lettera all’orfanotrofio.Oggi è
anche stato l’ultimo giorno di lavoro ed i miei amici Srilankesi
ne hanno un po’ approfittato, venendo in massa a farsi visitare
per un totale di quasi 60 bambini: nei 18 giorni di lavoro ne ho
visti 520: giuro!!!!
Comunque, dopo molte incertezze e peripezie, finalmente alle sei
del pomeriggio è arrivato il nostro cambio: cioè il
gruppo di medici, infermieri, logisti che per i prossimi 20 giorni
sono a Kynnya a lavorare.
Quindi, domani partenza e finalmente veniamo anche a sapere che
faremo uso dei Canadaires per trasferirci a Colombo.La partenza
è comunque per il mattino prima delle 10 ce quindi io non
posso avere l’incontro con Hassan: vediamo che cosaproduce
la lettera che gli ho portato stamattina.
Venerdì 11/03/05. Ore 8,30 trionfale partenza dall’albergo
di Trincomalee con pullmann, destinazione ChinaBay, aeroporto militare
del Distretto, dove, con grande e piacevole sorpresa nostra, dopo
15 minuti di attesa, compaiono i due aerei, che al volo ci imbarcano
ed al volo ci portano a Colombo, in ca. un’ora: qui ci attende
un pullmann un po’ molto indolenzito ed in tre ore percorriamo
una distanza di ca. 40 km. In un traffico da tregenda, anche se
non riesce a battere quello dell’A4, Bergamo – Milano.
Ed ora siamo qui, in attesa delle quattro di domani mattina, quando
ci alzeremo ed andremo a fare i check-in per imbarcarci e partire
per Kuwaitt/ poi Roma/ poi Milano/ poi, ultimo pulmino, Bergamo,
con la bellissima prospettiva di guadagnare 5 ore della nostra vita,
percorrendo a ritroso e quindi superando a ritroso i due fusi orari
(5 ore), che ci avevano portato via 5 ore venendo in Sri Lanka.
Sabato 12/03/05.
Oggi sveglia alle 4 (ore 23 in Italia), pullmann per trasporto all’aeroporto:
tutto fatto per quanto concerne le pratiche di volo, attesa due
ore e quindi “go home!” su mega aereo: 5 ore di volo:
Kuwaitt, recupero due ore di fuso orario: a spasso in aeroporto
per le ultime spesucce per bruciare l’attesa di ca. un’ora,
e quindi “arri-go home”: quattro ore e mezza di volo:
arrivo a Roma recuperando altre due ore di vita e quindi più
giovani di cinque ore in tutto: infatti ci sentivamo tutti ringiovaniti,
ma, credo, soprattutto perché avevamo finalmente baciato
il suolo patrio: tre ore di attesa e quindi un vero “arri-arri-go
home” con atterraggio sublime in quel di Linate, dove ci attendevano
i mezzi del Gruppo Medico-Chirurgico ( che siamo noi) per portarci
sul vero suolo patrio, in quel di Bergamo, anzi, meglio in quel
di Orio al Serio, dove abbiamo la base operativa e logistica.
Grandi baci ed abbracci non solo per coloro che, lasciati da tre
settimane, ritrovavamo felicemente rimasti in attesa fedele del
nostro ritorno, ma anche per coloro dai quali, dopo tre settimane
di lavoro insieme, ci separavamo.
E così finisce il nostro impegno e dovere civile nei confronti
di chi, più sfortunato di noi, era d’obbligo, visti
i ruoli di ciascuno di noi, andare a sostenere, capire, curare,
ma soprattutto conoscere, per quanto possibile, per mettere un mattone
in più alla globalizzazione dei rapporti umani, seminando
un seme di solidarietà a 8.000 km. Di distanza.
Considerazioni:
· E’ stata certamente un’ ottima esperienza:
soprattutto abbiamo toccato con mano quanto bene sia stata scelta
la zona di intervento: infatti l’Ospedale da Campo ha sostituito
alla grande ed in tutto e per tutto l’Ospedale distrutto,
che, ripeto, a vederlo ti mozza il fiato per tutte le idee, le fantasie
che ti metti ad elaborare quando, mentre vedi, ti poni nei malati,
infermieri, il medico, che sentono il boato, prima, vedono la massa
d’acqua, poi, e ne provano infine la violenza distruttrice:
e, dentro a tutto ciò, il panico più bestiale di qualche
infinitesima frazione di secondo, ma che è più che
sufficiente per essere vissuto come se durato ore.
· Molta perplessità, anzi moltissima, sulle capacità
organizzative della Protezione Civile, a livello centrale per tantissime
ragioni, ma delle quali me ne basta una: per i suoi responsabili
nazionali o i bambini nello Sri Lanka non esistono, oppure non sanno
che esiste una specialità medica che si chiama Pediatria
finalizzata appunto a curare gli stessi: infatti, la mia lotta non
è stata contro le malattie, ma contro la mancanza o povertà
di farmaci pediatrici, anche i più banali, che ci ha costretto
a centellinare quei pochi che per caso c’erano o a far conteggi
milligrammometrici per trovare le dosi giuste da somministrare ai
pupi, utilizzando farmaci per adulti.
· Ma quello che più colpisce è l’assenza
o la sensazione da parte nostra, messi in trincea, di un’assenza
di progettazione o programmazione per finalizzare al meglio gli
interventi, dai più semplici ai più complessi: questo,
non tanto per noi del Gruppo Medico-Chirugico dell’Ospedale
da campo, che comunque avevamo i nostri ruoli e compiti ben precisi,
frutto di una elaborazione e quindi preparazione maturata non solo
con gli interventi effettuati negli anni, ma anche e sopratutto
per come l’ospedale stesso è stato progettato, pensato,
discusso da coloro che l’ hanno inventato e costruito.
Progettazione, dicevo, assente per tutti i lavori da farsi all’esterno
dell’Ospedale, di competenza dei VVFF, per esempio, che giravano
e giravano, ma, a detta loro, a vuoto, tanto che, alla sera, si
ritrovavano con un pugno di mosche in mano: infatti, anche se la
presenza dei VVFF è stata molto importante al momento della
grossa emergenza, oggi, invece, danno una grossa impressione di
sterile presenza, voluta per immagine e basta, ma a che prezzi,
in tutti i sensi.
· Per non parlare di quanto denaro viene impiegato, buttato,
sprecato attraverso mille fiumi e rivoli, che non portano alla soluzione
dei problemi veri dei disastrati: anche qui, nessuna progettazione
di colloquio con le autorità del posto, onde evitare incidenti
di tipo “diplomatico” con i locali, del tipo gelosie,
invidie, perché pinco ha ricevuto, mentre lui palla, non
ha visto nulla: in termini molto semplici, si è verificato
un arrivo del tipo ”Lassa stà che ghe pensi mi e lassem
laurà” quando, invece, anche se più faticoso,
il concetto avrebbe dovuto essere quello del coinvolgimento della
popolazione, attraverso le proprie autorità amministrative
e politiche, nell’assumere scelte e decisioni, soprattutto
se relative alle problematiche di tipo urbanistico, architettonico
e del costruire i campi di raccolta provvisori.
· La popolazione: ne abbiamo già parlato, ma oggi
mi pare di conoscerla un po’ meglio, anche se, ovviamente,
non abbastanza: ma non voglio tranciar giudizi: solo descrivere.
E allora dirò che dietro a quell’atteggiamento molto
gentile, coinvolgente, sorridente e soprattutto riconoscente nelle
mamme dei bambini che vedo, si può leggere anche, e molto
spesso, la presenza di una scorza forte, anche violenta, che sa
quello che vuole, soprattutto in politica, anche se poi non riesce
a tradurla nella realtà perché impera l’individualismo,
che rende incapaci, e non solo i Tamil, di progettare insieme e
far squadra per obiettivi comuni, se non quelle volte in cui le
“ Tigri” Tamil ( siamo stati in un Distretto in cui
la maggioranza è dei Tamil) hanno combattuto ed ottenuto,
ma mai nella storia, fino in fondo, quello per cui lottavano e lottano
tutt’ora ( un maggior riconoscimento di diritti e di territorio
per i Tamil).
· La sintesi finale, soprattutto per quanto riguarda il nostro
rapporto di Gruppo Medico-Chirurgico con la Protezione civile nazionale,
è di un sovradimensionamento delle nostre attività,
capacità e potenzialità rispetto alle richieste non
progettate della Protezione stessa, al punto di sentirci come nella
assurda necessità di doverci sottodimensionare (ciò
che non avverrà mai), sotto il profilo operativo, per trovarci
sullo stesso piano sintonico con la Protezione.
F I N E
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